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Come si 'elabora' un lutto? La metafora del sasso in tasca e il processo di integrazione dell'esperienza

Una delle metafore più usate per descrivere il lutto è quella del sasso in tasca: questa metafora, seppur suggestiva e in parte vera, richiede qualche chiarimento e uno sguardo più ampio sul processo di integrazione del lutto.


Avete mai sentito parlare della metafora del sasso in tasca?

È una delle immagini più usate per descrivere il lutto.

All’inizio è come avere un sasso pesante nella tasca del cappotto.

Lo senti ad ogni passo.

Quando cammini pesa.

Quando ti fermi pesa.

Quando provi a distrarti è comunque lì.

Con il tempo, si dice , non è che il sasso sparisca.

Semplicemente ti abitui a portarlo.

La vita continua.

Le giornate passano.

E pian piano impari a conviverci.

In psicologia del lutto questa idea è molto vicina al concetto di adattamento.

Dopo una perdita, lentamente, impariamo a vivere con ciò che è accaduto.

La realtà cambia, e noi troviamo un modo per stare dentro quella nuova realtà.

Non significa che il dolore scompaia.

Significa che la vita continua nonostante quel dolore.

Per molto tempo anche io ho pensato che sarebbe stato così.

Dopo la perdita di Adele mi sembrava di avere davvero un sasso dentro.

Nel cuore, nei pensieri, nel corpo.

Quel sasso era sempre lì. Mi bloccava.

Poi la vita ha continuato a scorrere.

Sono arrivati altri giorni, altre prove, nuove sfide.

Ho attraversato i miei abissi interiori.

Ho cercato risposte.

Ho scritto, studiato, fatto terapia.

Ho imparato ad ascoltarmi davvero.

È arrivata una nuova gravidanza.

È arrivata un’altra figlia.

È arrivato un altro domani.

E a un certo punto mi sono accorta di qualcosa.

Quel sasso non c’era più. O almeno non in quella forma 

Non avevo più quel peso in tasca.

Né sul cuore.

Non perché avessi dimenticato.

Al contrario.

Adele è sempre presente nella mia vita.

Ma  qualcosa era cambiato.

Avevo iniziato a onorare la sua esistenza dentro la mia storia.

Attraverso la scrittura.

Attraverso lo studio.

Attraverso il contatto profondo con me stessa.

Attraverso la terapia.

Attraverso gli spazi di perilutto.

Adele oggi ha il suo posto, dentro mi me, nel mondo e nella nostra famiglia.

Purtroppo non è a tavola con noi.

Non è fisicamente in una stanza della nostra casa.

Ma nel mio cuore sì.

Per sempre.

Non so chi o come sarebbe diventata ma so chi è e cosa ha significato per me.

Ed è proprio qui che entra in gioco un altro concetto importante della psicologia.

Lo psicologo Carl Rogers parlava di integrazione dell’esperienza.

Secondo Rogers, alcune esperienze sono così dolorose, così lontane dall’immagine che abbiamo di noi stessi e del mondo, che inizialmente non riescono a trovare posto dentro di noi.

Restano ai margini della nostra storia.

È quello che lui chiamava incongruenza.

Quando qualcosa è incongruente con la nostra idea di noi stessi, tendiamo a respingerlo, negarlo o tenerlo lontano dalla nostra consapevolezza.

Anche il lutto può funzionare così.

All’inizio è un frammento che non sappiamo dove mettere.

Un evento che rompe la continuità della nostra storia.

L’integrazione avviene quando quell’esperienza trova finalmente un posto dentro di noi.

Non cambia ciò che è accaduto.

La perdita resta.

Ma cambia il modo in cui quell’esperienza vive dentro la nostra storia.

Non è più un frammento fuori posto.

Diventa parte della narrazione della nostra vita.

Forse è proprio questo che accade quando il “sasso in tasca” non pesa più. 

 Non perché il ricordo sia scomparso.

O perché il dolore non sia esistito.

Ma perché quella storia ha trovato il suo posto dentro di noi. Forse il sasso rimane, è il peso che non resta. 

Abbiamo smesso di farci a pugni e abbiamo semplicemente accettato che quel frammento è una parte della nostra storia.

Perché anche le esperienze più dolorose possono essere accolte.

Quel peso si trasforma in un’eco nostalgica dell’amore che resta.

A volte sentiamo ancora quella fitta al cuore, ma in modo diverso, come se fosse parte di un tutto.

Il lutto allora non è qualcosa che si “supera”, come spesso si sente dire.

È un processo di trasformazione che può condurre all’integrazione di quel tassello nella costruzione del quadro che rappresenta tutto il nostro cammino.

E quando questo accade, la vita può continuare a costruirsi attorno a quel pezzo di storia.

Non cancellandolo.

Ma portandolo con sé, in modo diverso.


Francesca,

Perilutto.

https://www.instagram.com/psicomamma_perilutto?igsh=czhrbHBrd2h0N3kw







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