La prima festa della mamma dopo la perdita di Adele è stata una ferita aperta.
Avrei dovuto averla tra le braccia da poche settimane.
Mi immaginavo stanca, forse sopraffatta, ma felice. Mi immaginavo il suo odore addosso, le notti insonni, le fotografie, vedere mio figlio con accanto una sorellina urlante.
E invece c’era il vuoto.
Un vuoto che non era solo assenza.
Era qualcosa di fisico, quasi tangibile.
Il corpo ricordava ancora. Il cuore ancora di più.
Ricordo il dolore di immaginare continuamente come sarebbe potuto essere.
La mente costruiva scene alternative in automatico, come se cercasse disperatamente una realtà parallela in cui tutto fosse andato diversamente.
E se fosse nata.
E se quel giorno non fosse mai esistito.
C’era anche rabbia.
Un senso profondo di ingiustizia.
Perché il mondo andava avanti normalmente mentre il mio si era spezzato.
E dentro di me c’era un desiderio quasi irrazionale di riaverla indietro.
Di tornare all’anno precedente.
Di riavvolgere il nastro fino a quando il futuro aveva ancora il suo nome dentro.
In quel periodo non sapevo nemmeno se e quando avrei rivisto un test positivo.
E pensavo che forse una nuova gravidanza avrebbe potuto riempire almeno una parte di quel vuoto.
Solo dopo ho capito che il vuoto non funziona così.
Una nuova vita può portare gioia, speranza, luce.
Può riaprire il futuro.
Ma non cancella ciò che è stato perso.
Anzi, a volte riapre anche la ferita.
Porta con sé nuove paure, nuovi tremori, nuove assenze che convivono accanto all’amore.
Perché nessuno avrebbe potuto ridarmi Adele.
Nessuno avrebbe potuto restituirmi quella figlia che desideravo così profondamente in quel preciso momento della mia vita.
Eppure, col tempo, qualcosa ha iniziato lentamente a trasformarsi.
Non il vuoto.
Ma il modo in cui il mio amore per lei cercava spazio nel mondo.
Ho capito che il mio essere madre di Adele non si era interrotto con la sua morte.
Aveva solo smesso di avere una forma visibile agli occhi degli altri.
Quell’amore ha iniziato a prendere altre strade.
Prima nello studio, nella scrittura della mia tesi.
Poi nell’apertura della pagina Instagram.
Nella community whatsapp.
Nelle parole condivise ogni giorno con altre madri in lutto.
Prendendomi cura di questi spazi, e in qualche modo anche di chi ci vive dentro, è come se continuassi a prendermi cura anche di lei.
Come se una parte del mio maternarla passasse ancora attraverso di me.
Le braccia quel giorno erano vuote, ma stavo iniziando, senza saperlo, a dare forma al vuoto che sentivo nel cuore.
Portando quell’amore fuori da me.
Trasformandolo in presenza, parole, ascolto, vicinanza.
Ho onorato la sua presenza eterna nella mia vita coltivando questi spazi.
E il vuoto ha trovato una forma nuova.
Non meno dolorosa.
Non colmabile.
Ma viva.
Perché l’amore non è rimasto incompiuto.
Ha trovato la direzione che sentivo più naturale per me.
Dare forma al vuoto significa questo, oggi, per me.
Trovare una direzione per l’amore.
Un amore che continua a esistere anche senza più il suo destinatario terreno.
Un amore che fa fiorire intorno al vuoto nuove possibilità, nuovi mondi, nuove vie per esprimersi.
E nel farlo, trasforma profondamente anche noi.
Francesca
@psicomamma_perilutto

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