È il 20 di agosto, di mattina. Mio figlio è al parco con i nonni, il mio compagno a lavoro. Pulisco casa e mi godo la lentezza di una domenica mattina un po' qualunque e un po' speciale, perché custodisco un prezioso segreto dentro di me. Sono incinta da 8 settimane, troppo poche per dirlo in giro ma già più che sufficienti per amare quella piccola scintilla di vita che cresceva dentro di me.
Ma ecco che, all'improvviso, mentre preparo il pranzo, sento un dolore forte al ventre. Sono nell'istante che segna l'inizio della fine e ancora non lo so.
Passano alcuni interminabili secondi in cui la mia mente è congelata mentre il cuore va a mille. Poi, sento qualcosa scendere e spostarsi dentro di me. Panico.
La mia parte razionale scende in campo puntualissima per contenere le mie ansie, vedrai che non è niente, mi dice nella testa.
Vado in bagno e lì ho la conferma che chiamarlo niente è irrealistico. Di nuovo panico. Cerco di mantenere la calma. Anche alla prima gravidanza avevo avuto minacce di aborto e poi le cose sono andate per il verso giusto. Ecco la speranza della mia parte ottimista che prova imperterrita a tirarmi su.
Ma una sensazione sinistra incombe su di me, la sento nel petto. La scaccio.
Torna mio figlio, vuole giocare, ha fame, ha bisogno di me. Io sono frastornata, sono spaventata, sono altrove. Mi riprendo, devo pensare a lui. Pranziamo, mi sento come se fossi in un film che vedo come dall'esterno eppure funziono, mi occupo di tutto. Finito di sistemare rifletto un attimo sul da farsi: non mi sento bene ma non posso andare in pronto soccorso perché sono da sola con Edo.
Le cose andranno come devono andare in qualunque caso, mi dico. Non cambierà niente se adesso corro a farmi visitare. Lascio fluire, in tutti i sensi e resto a casa.
Nel frattempo il dolore non passa e il sangue scorre. Il mio ostinato ottimismo deve cedere il posto all'evidenza. Passo la giornata con mio figlio, lo stringo forte, cerco di godermi ciò che ho, ma appena lui si addormenta i miei occhi si riempiono di lacrime e affondo la testa nel cuscino senza più trattenere i singhiozzi.
Torna il mio compagno e decido che la mattina dopo sarei andata in ospedale. Adesso tanto vale dormire, ma come si può dormire, eppure mi addormento, sprofondo in un sonno fatto di incubi fumosi e inquietanti.
Mi risveglio d'improvviso a causa del dolore, corro in bagno ed eccoti. Non è solo sangue, so che sei tu che sei scivolata via da me, ti riconosco e non dimenticherò mai più quel momento.
In quelle ore avevo tentato in ogni modo di trattenerti ma non ci sono riuscita, il mio corpo non ci è riuscito o forse non sei riuscita tu, a restare. Piango tutte le lacrime esistenti al mondo. Torno a letto, non dormirò mai più.
Nella storia di ognuna di noi c'è un momento così, una rottura, uno squarcio che divide il prima dal dopo e sancisce il non ritorno.
Questo è il mio attimo, quello che ha strappato per sempre dal mio ventre e dalle mie braccia Adele, la bambina che tanto desideravo nella nostra vita.

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